Come filmare bambini alle prese con disturbi dell'apprendimento e offrire loro l'opportunità di raccontare in prima persona ciò che vivono? Il 10 ottobre 2026, in occasione della Giornata nazionale dei DYS del Rodano, la regista Marie Béchaux ha presentato il suo documentario Papion en avier, girato in immersione in una scuola specializzata. Al termine della proiezione, ha ripercorso i dieci anni di lavoro che hanno accompagnato questo film, il suo rapporto con gli alunni e le scelte che guidano il suo cinema. Dislessica lei stessa, racconta anche il proprio percorso e quel modo molto personale di pensare per immagini, talvolta più velocemente di quanto riesca a parlare.
Di Angela Braito, Louis Gosse e Renaud Gosse
«Non vola bene, ma vola»
Tutto comincia con un'espressione infantile. A otto anni, Marie Béchaux costruisce un aeroplano di carta e lo mostra alla sorellina: «Le beau papion en avier!» Sconcertata, lei le chiede di che cosa stia parlando. Quell'involontario miscuglio di parole rimarrà tuttavia impresso nella memoria della futura cineasta.
Anni dopo, mentre prepara il documentario dedicato ai bambini DYS, Marie Béchaux scopre una sorprendente coincidenza: nella scuola in cui desidera girare, gli alunni hanno l'abitudine di costruire aeroplani di carta. Il ricordo d'infanzia incontra la loro quotidianità e ispira il titolo del film. Questi aeroplani diventano un motivo ricorrente, cui si aggiunge la figura dell'albatro, l'uccello dalle ali immense il cui decollo può evocare gli ostacoli da superare per riuscire a volare. Questa immagine trova un'eco particolare nelle parole di Léo, uno dei bambini filmati:
«Non vola bene, ma vola.»
Questa osservazione richiama le situazioni di apprendimento mostrate dal documentario. Il bambino constata le imperfezioni del proprio aeroplano, pur riconoscendo che riesce a volare. La frase invita a considerare i progressi e le capacità tanto quanto le difficoltà incontrate. Il film si conclude con l'immagine di una farfalla, prolungando questa dimensione poetica e simbolica. Marie Béchaux vi vede un'evocazione del futuro:
«L'aeroplano si trasforma in farfalla: è il futuro. Una farfalla bianca, per di più: è simbolico.»
Proiezione del documentario «Papion en avier» di Marie Béchaux, durante la 20ª Giornata nazionale dei DYS del Rodano, a Lione, il 10 ottobre 2026. © Film: Les Films Grain de Sable, Chuck Productions e France 3 Occitanie / Fotografia: Louis Gosse – GELI.
Dieci anni per costruire un film di 52 minuti
Cinquantadue minuti sullo schermo, dieci anni dalla nascita del progetto al suo completamento. La lunga gestazione di Papion en avier testimonia anche una certa idea del cinema. Marie Béchaux distingue tuttavia questo periodo di maturazione dal lavoro di realizzazione vero e proprio:
«Tutto il film mi ha richiesto dieci anni. Dieci anni tra la scrittura, la nascita dell'idea e la fine del montaggio. È lunghissimo. Ma le riprese in sé, la fabbricazione del film, sono durate due anni.»
Questa durata si spiega con le diverse fasi del progetto, ma anche con le scelte artistiche della cineasta. Il formato rappresenta un primo vincolo. Inizialmente Marie Béchaux immaginava un film di circa 70 minuti, mentre la programmazione televisiva privilegia durate standard, in particolare 26 o 52 minuti. Ha infine scelto di concepire il documentario direttamente per quest'ultimo formato, invece di accorciare in seguito una versione più lunga:
«L'ho montato come un 52 minuti. Non ho sforbiciato un 70. In quel caso avrei pianto!»
Il solo montaggio ha richiesto otto mesi di lavoro, un tempo sensibilmente superiore a quello generalmente previsto per questo tipo di produzione televisiva, come sottolinea la regista. Questa durata riflette l'importanza che attribuisce al ritmo delle scene, alle parole raccolte e al modo in cui le immagini si articolano per far emergere un significato. Racconta di aver dovuto difendere questa scelta presso le emittenti, prima che il film completato confermasse la validità del suo approccio artistico.
Marie Béchaux rivendica una pratica del «cinema documentario d'autore», che distingue dal reportage giornalistico. La differenza risiede soprattutto nel suo modo di filmare, nel tempo dedicato all'osservazione e nello spazio lasciato alle persone davanti alla telecamera. Formata nel cinema, privilegia un approccio a diretto contatto con la realtà :
«Faccio cinema, cinema del reale, cinema diretto, in immersione.»
Questa concezione si ritrova in Papion en avier. Gli insegnanti vengono filmati nelle attività quotidiane, nel corso dei loro scambi, delle ricerche e degli interrogativi. I bambini appaiono durante l'apprendimento, ma prendono anche la parola per raccontare le proprie esperienze ed esprimere la loro percezione del mondo. Il documentario lascia spazio a ciascuno, senza ricorrere sistematicamente a un commento esterno per spiegare le situazioni osservate. La regista riassume il proprio approccio in poche parole:
«È un cinema sul campo, un cinema umano, un cinema sociale.»
Un modo di filmare che si basa tanto sulla vicinanza alle persone quanto sull'attenzione rivolta a ciò che vivono e a ciò che hanno da dire.
Proiezione del documentario «Papion en avier» di Marie Béchaux, durante la 20ª Giornata nazionale dei DYS del Rodano, a Lione, il 10 ottobre 2026. © Film: Les Films Grain de Sable, Chuck Productions e France 3 Occitanie / Fotografia: Louis Gosse – GELI.
«Ho spento e ho aspettato»
Prima di poter filmare, Marie Béchaux ha dovuto prendersi il tempo di incontrare il gruppo educativo, le famiglie e i bambini. In un primo momento il progetto suscita preoccupazioni: come accettare che una telecamera esponga difficoltà scolastiche talvolta dolorose? Per spiegare il proprio approccio, presenta i suoi documentari precedenti, in particolare La Fleur à moustache, dedicato alla malattia di Alzheimer. I genitori scoprono il suo lavoro e l'attenzione che riserva alle persone filmate, alle quali desidera dare tutto lo spazio sullo schermo senza tradirne l'esperienza.
I primi incontri con gli alunni restano tuttavia delicati. Alcuni esprimono rabbia o attraversano periodi di malessere legati alla scuola. In queste circostanze, la presenza di una telecamera può diventare difficile da sopportare. La cineasta racconta come ha scelto di reagire:
«All'inizio è stato molto complicato, perché c'erano scoppi di rabbia e bambini che vivevano un malessere nei confronti della scuola. E in più arrivavo io a piazzargli una telecamera davanti alla faccia. Quindi l'ho spenta. Ho spento e ho aspettato. Però non me ne sono andata.»
Questa decisione chiarisce il suo modo di lavorare: interrompere le riprese senza spezzare il contatto. All'uscita dalla classe, ritrova i bambini, parla con loro di ciò che provano e condivide alcune sofferenze della propria infanzia e vita adulta. La sua esperienza personale apre così uno spazio di dialogo:
«Io ho cominciato a parlare dei miei dolori di bambina e di adulta. E lì è nato uno scambio, un dialogo in cui, in realtà , eravamo uguali, anche se non avevamo la stessa età .»
Anche il processo di familiarizzazione con l'immagine avviene per tappe. Marie Béchaux comincia a presentarsi con una macchina fotografica, affinché gli alunni si abituino all'obiettivo e al fatto di essere guardati. Un approccio delicato per bambini che, quando stanno male, possono al contrario cercare di rendersi invisibili. La telecamera arriva in un secondo momento.
Questa cautela contribuisce anche a instaurare un clima di fiducia con gli insegnanti. Marie Béchaux ricorda una maestra inizialmente preoccupata per la sua presenza in classe. Un giorno, vedendo che un bambino sopporta male di essere filmato, la regista interrompe subito le riprese, spegne la telecamera e si siede ad aspettare. L'insegnante le rivolge allora un semplice «grazie», che le è rimasto impresso. Questo gesto mostra l'importanza attribuita al rispetto dei bambini e dei loro limiti, essenziale per la fiducia che si costruisce poco a poco.
Quando i bambini prendono la parolaÂ
Tra gli incontri che hanno segnato quell'anno di riprese, quello con Justine illustra in modo particolare questa evoluzione. All'inizio, la bambina non osa parlare davanti alla telecamera, sebbene dimostri grande affetto a Marie Béchaux. La abbraccia regolarmente, tanto che la regista racconta con umorismo di aver talvolta faticato a filmare, con Justine aggrappata a lei «come un koala».
Qualche mese dopo, la situazione si capovolge. Alla fine della ricreazione, Justine si mette spontaneamente davanti all'obiettivo e annuncia di voler parlare. La cineasta ricorda questo scambio inatteso:
«Justine era buffa perché, nella sua sequenza, arriva, si piazza davanti alla telecamera e mi dice:
– Io voglio parlare.
– Va bene. Però la ricreazione sta finendo.
– No, io parlo.
– D'accordo. Presto, il microfono, sbrigati!»
La testimonianza che segue colpisce la regista, che la paragona a una «pietra preziosa, grezza». Justine incoraggia poi altri alunni a raccontare la propria esperienza. Colei che inizialmente temeva di esprimersi prende ormai l'iniziativa e trascina i compagni in questo slancio.
Questa scena richiama una convinzione espressa da Marie Béchaux durante l'intervista: i bambini sanno descrivere con precisione ciò che vivono, purché sia data loro la possibilità di farlo.
«Bisogna sentirli, bisogna ascoltarli. In realtà lo spiegano molto bene.»
La regista precisa di aver filmato relativamente poche testimonianze aggiuntive rispetto a quelle conservate nel documentario. L'intervento di Justine illustra questo spazio lasciato all'imprevisto: una voce emerge in un momento che nessuno aveva programmato e trova naturalmente posto nel film.
Scoprirsi sullo schermoÂ
Il rapporto costruito durante le riprese assume una nuova dimensione quando i bambini scoprono il documentario finito. Interrogata sulla loro reazione, Marie Béchaux si mostra prudente: è difficile ridurre ciò che hanno provato al semplice piacere di vedersi sullo schermo. Ricorda soprattutto la promessa che aveva fatto loro e che ritiene di aver mantenuto:
«Contenti, non lo so, ma in ogni caso […] non avevo mentito loro.»
Nel corso degli incontri, gli alunni avevano potuto parlare della propria esperienza scolastica, degli ostacoli incontrati e del modo in cui li vivevano. La regista teneva a restituire fedelmente le loro parole, senza alterarne il significato. Questa esigenza si estendeva fino alle scelte di montaggio, in continuità con la fiducia progressivamente stabilita con loro. Da allora sono passati diversi anni. Alcuni sono ormai adulti e queste immagini testimoniano un periodo della loro vita che oggi possono riscoprire con la distanza del tempo.
La proiezione rappresenta un momento importante anche per le famiglie. La cineasta ricorda genitori profondamente commossi, che ritrovavano sullo schermo il proprio figlio e, al tempo stesso, scoprivano aspetti della sua quotidianità scolastica che di solito sfuggivano loro. Il film permette di accedere a un universo in cui sono raramente presenti: la classe, gli scambi con gli insegnanti, i rapporti tra alunni e le situazioni di apprendimento. Marie Béchaux ricorda il loro entusiasmo:
«Erano felicissimi di sapere come andavano le cose, di vedere i loro figli, di vedere la didattica, insomma, di trovarsi dietro le quinte di questa educazione.»
Questa scoperta va oltre l'osservazione del proprio figlio. I genitori possono anche apprezzare la varietà delle pratiche didattiche, il lavoro di riflessione degli insegnanti e gli adattamenti necessari per rispondere ai bisogni di ciascuno. Attraverso gli scambi, i tentativi e gli interrogativi quotidiani, Papion en avier rende visibile un accompagnamento educativo di cui non sempre colgono tutte le dimensioni.
Questi sguardi si completano: quello degli alunni, che ritrovano sullo schermo una parte della propria storia; quello dei familiari, che accedono a momenti della loro vita scolastica; e quello degli insegnanti, il cui lavoro appare in tutta la sua dimensione concreta.
Marie Béchaux, regista, cineasta e fotografa, in occasione della 20ª Giornata nazionale dei DYS del Rodano, a Lione, il 10 ottobre 2026. © Angela Braito – GELI
«Prima delle parole, ho delle immagini»
Il modo in cui Marie Béchaux filma i bambini e il loro rapporto con l'apprendimento trova un'eco nella sua esperienza personale. Dislessica, conosce anche lei le difficoltà che possono sorgere tra il pensiero e la sua espressione. Il suo percorso personale illumina un'altra dimensione del suo lavoro: il ruolo particolare che le immagini occupano nel suo modo di comprendere il mondo.
La sua vocazione cinematografica si è rivelata molto presto. Verso i tredici anni scopre la fotografia analogica e capisce di voler fare cinema. Nel corso dell'intervista ritorna sul suo modo di pensare, nel quale le rappresentazioni visive precedono spesso la traduzione in parole:
«Penso per immagini. Vale a dire che prima delle parole ho delle immagini. Traduco ciò che immagino. Vedo qualcosa e lo traduco.»
Da bambina, questa rapida successione di immagini a volte le rendeva difficile esprimersi oralmente. Racconta di aver avuto la sensazione di pensare più in fretta di quanto potesse parlare, fino a balbettare o a non riuscire a formulare le idee nell'ordine desiderato. Per descrivere questo scarto, usa l'immagine di un treno che le attraversa la mente. Determinata a padroneggiare meglio la propria espressione, inventa allora esercizi personali:
«Devo parlare alla stessa velocità del treno che passa nella mia testa con tutte queste immagini. Così mi sono messa una matita in bocca davanti allo specchio e mi sono esercitata, esercitata a parlare finché la mia articolazione non è diventata perfetta e le mie idee sincronizzate con la bocca.»
Precisa di aver intrapreso questo apprendimento da sola, cercando di accordare il movimento del pensiero con quello della parola. La sua testimonianza aiuta a comprendere lo sforzo che può richiedere tradurre in parole una percezione interiore. Rivela anche la determinazione con cui ha sviluppato i propri mezzi di espressione.
La cineasta ricorda un'esperienza professionale in un centro che accoglie persone autistiche. L'incontro con altri modi di pensare e percepire il mondo l'ha segnata profondamente. Vi riconosce alcuni aspetti del proprio funzionamento:
«Gli autistici, alla fine di quell'esperienza, sono un po' lo specchio.»
Parla in particolare del ruolo delle immagini mentali, nelle quali ritrova qualcosa del proprio modo di pensare. Questo accostamento, nato dalla sua esperienza personale, alimenta la riflessione sulla varietà delle percezioni e dei modi di esprimersi, senza stabilire equivalenze tra funzionamenti individuali.
Questo rapporto con le immagini si prolunga nel suo legame con la scrittura. Dopo aver imparato ad accordare la parola al ritmo del pensiero, Marie Béchaux si è dedicata anche a padroneggiare il gesto della scrittura a mano. Per lei scrivere significa addomesticare la propria mano, riuscire a farle eseguire ciò che la mente immagina. Lo spiega con un paragone inatteso:
«La scrittura è un'identità , è una personalità , e bisogna padroneggiarla, questa mano che non vuole ascoltare. [...] Una volta che lo abbiamo un po' domato, questo leone dalle cinque dita, e riusciamo a fargli fare ciò che abbiamo in testa, è come la radio FM con la bocca. Qui è la radio FM con la mano.»
La metafora prolunga quella del treno di immagini che attraversava la sua mente da bambina. La regista vede nella padronanza del gesto manoscritto una forma di autonomia e di espressione personale. Pur riconoscendo l'utilità del computer per compensare alcune difficoltà , rimane legata all'apprendimento della scrittura, convinzione che contribuisce anche al suo interesse per la scuola in cui ha scelto di girare. Tiene però a precisare:
«È una convinzione, non una verità .»
Questa sfumatura distingue la sua esperienza personale da un principio applicabile a tutti gli alunni DYS, i cui bisogni e adattamenti possono essere molto diversi.
Il suo percorso chiarisce questa posizione. Diagnosticata come dislessica in quarta elementare, segue un percorso di logopedia e sviluppa progressivamente strategie di compensazione. Quando le viene proposto del tempo aggiuntivo agli esami, preferisce rifiutarlo:
«Non lo voglio. Voglio farcela come gli altri. Non l'ho voluto. Ma quella ero io. Ero una testa dura.»
Marie Béchaux presenta questa scelta con umorismo, come una decisione legata al proprio carattere e non come un esempio da seguire. Ritrova peraltro questa determinazione in alcuni bambini del documentario, in particolare Justine e Martin.
Il suo amore per la letteratura e la scrittura rimane intatto, anche se la dislessia si manifesta ancora in alcune letture. Le capita di sostituire involontariamente una parola con un'altra, costringendola talvolta a rileggere più volte una frase per ritrovarne il senso. Con l'esperienza ha imparato a individuare questi scarti e a procedere per «messe a fuoco», secondo la sua espressione.
Marie Béchaux durante la 20ª Giornata nazionale dei DYS del Rodano, il 10 ottobre 2026, presso l'Hôtel de Région Auvergne-Rhône-Alpes, a Lione. © Louis Gosse – GELI
Essere riconosciuti senza essere ridotti alla propria differenza
Questo rapporto con la lettura e la scrittura, fatto di sforzi e adattamenti, chiarisce anche il modo in cui Marie Béchaux comprende gli alunni di Papion en avier. In Justine e Martin riconosce in particolare una determinazione che le ricorda la propria, ma anche la fatica e le frustrazioni legate alla sensazione di dover compiere più sforzi degli altri.
Nel corso dell'intervista, la regista torna su una contraddizione che conosce intimamente: il bisogno di vedere riconosciute le proprie difficoltà , senza che queste finiscano per definire tutta la propria identità .
«Vogliamo che la nostra differenza venga riconosciuta, ma non vogliamo essere diversi.»
Questa frase illumina uno dei temi del documentario. Riconoscere un disturbo permette di comprendere meglio alcune difficoltà e predisporre l'accompagnamento necessario. Può anche modificare lo sguardo degli altri, con il rischio di ridurre una persona a ciò che la distingue. Marie Béchaux esprime così il desiderio di essere compresa nella propria singolarità , pur potendo costruire relazioni senza dover spiegare o giustificare continuamente il proprio funzionamento. Questa riflessione si unisce a un'altra aspirazione, formulata con grande semplicità :
«Vogliamo avere la possibilità di scegliere.»
In Papion en avier, i bambini appaiono con le loro difficoltà , ma anche con le loro iniziative, emozioni, desideri e il loro umorismo. Imparano, si interrogano, talvolta si scoraggiano e trovano modi personali per andare avanti. Le loro parole rivelano personalità che non si riducono a una diagnosi. Offrendo loro la possibilità di raccontare ciò che vivono, il documentario ricorda quanto sia essenziale riconoscere i bisogni di ciascuno senza rinchiudere gli individui nelle loro differenze.
Articolo redatto a partire dall'intervista realizzata con Marie Béchaux il 10 ottobre 2026, durante la Giornata nazionale dei DYS del Rodano, a Lione.
- Foto di copertina: Marie Béchaux, regista del documentario «Papion en avier», durante la 20ª Giornata nazionale dei DYS del Rodano, il 10 ottobre 2026, presso l'Hôtel de Région Auvergne-Rhône-Alpes, a Lione. © Renaud Gosse – GELI
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